mercoledì 4 marzo 2015

Georgia, l'atroce storia di Kelly Gissendaner nel braccio della morte


Kelly stava aspettando nella sua cella che la venissero a chiamare. Mancavano solo quattro ore al momento fissato per la sua esecuzione. Quando è arrivato un contrordine. No, Kelly non deve morire. Non ora, almeno. Perché non è sicuro che i farmaci che verranno utilizzati per l’iniezione fatale siano veramente mortali. Stato della Georgia, 2 marzo 2015. E’ la seconda volta che l’esecuzione di Kelly Gissendaner viene rinviata. Ma non perché le sia stata risparmiata la vita, al contrario, perché non è abbastanza sicuro che lei morirà subito. Nel primo caso, c’entrava il maltempo. Pare che con tuoni e lampi non si uccide nessuno. 
Le autorità del carcere in cui la donna è rinchiusa chiamano «cautela» l’accurata verifica della potenza del veleno. Se pensiamo in effetti a quello che è accaduto a Clayton Lockett in Oklahoma, alla sua terribile agonia durata interminabili 43 minuti (alla fine è morto per un attacco di cuore), è giusto che ci sia un eccesso di «cautela». Eppure questa morte continuamente interrotta e differita porta in sé una differente crudeltà sulla quale non possiamo non soffermarci. Kelly Gissendaner, che oggi ha 46 anni, sarebbe la prima donna ad essere giustiziata in Georgia negli ultimi 70 anni (nello stato americano la pena capitale è stata reintrodotta nel 1976). 

Tutte le testimonianze raccolte dai suoi legali hanno disegnato con una certa sicurezza lo scenario dell’omicidio: non è stata lei ad uccidere il marito Douglas, per la cui morte paga con una condanna alla pena capitale. L’esecutore materiale dell’assassinio è stato il suo amante di allora, Gregory Bruce Owen, che pattuì una condanna all’ergastolo (ma in realtà uscirà di cella tra 8 anni) dando tutta la colpa alla donna. Strana, tremenda storia, quella di Kelly Gissendaner, madre di tre figli, la cui sorte ha mobilitato migliaia di attivisti e religiosi (in carcere Kelly ha abbracciato la fede cristiana). Inutilmente. Qualcuno, qui, doveva pur pagare morire, e a morire sarebbe stata lei. Questo sembra essere il ragionamento che sta dietro la decisione del Georgia Department of Correction. L’ultima parola non però è ancora detta perché le due “interruzioni” dell’esecuzione fatale potrebbero giovare alla donna condannata, poiché si è in attesa della risposta della Corte Suprema degli Stati Uniti all’appello presentato in extremis dai legali della Gissendaner. E se alla fine ce la facesse? Forse Kelly non deve morire, ma in queste ore la donna sa soltanto di essere sopravvissuta ad una agonia inumana, senza che questo abbia significato per lei una restituzione della vita. I fatti per i quali la donna è condannata risalgono al 1997. E proprio non si comprende questo accanimento nei confronti di Kelly Gissendaner, che ha mostrato di non essere in nessun modo pericolosa. Eppure dovrebbe esser servita la lezione di Lena Baker, l’ultima donna condannata a morte in Georgia. Era 1945. Lena era una cameriera afro-americana condannata da una giuria di uomini bianchi per aver ucciso un uomo che la teneva prigioniera con ricatti e minacce fisiche. In quell’epoca, una donna afro-americana era all’ultimo livello della scala sociale. Che cosa poteva valere la sua parola nella società degli uomini? La sua condanna a morte venne eseguita senza troppi sforzi. Ma siccome la Georgia è dotata anche di una Commissione per la Grazia, è stata questa a riaprire il caso nel 2004  e a conferire ”la grazia postuma” a Lena Baker. Con la motivazione: «Fu commesso un errore molto grave». Sessant’anni per riabilitare un’anima. Dobbiamo aspettare che anche Kelly Gissendaner muoia, in uno Stato che non condanna mai le sue donne alla pena capitale (mentre dal 1976 gli uomini che hanno pagato con la vita sono stati 1.400), e che ha già «commesso un grave errore» nel passato, per attendere tra qualche decennio una grazia postuma? No, Kelly non deve morire.        
(Pubblicato sul "Garantista")

1 commento:

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